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ROBA DA FARCI SU UN ROMANZO

(romanzo moralista)

Harlock 1999 - HK004
book 126 pg. - L.15.500 (spese di spedizione incluse)




copertina
Si legge in un pomeriggio, ma lo si può leggere tutta la vita.
 

Sfogliare a caso il libro e soffermarsi sulle parti che ci hanno impressionato per la profondità di concetti e sentimenti espressi o per l'ironia ed il pungente sarcasmo.

Affascinati dalla sintesi dei linguaggi: prosa pulp che contrasta lo stile aulico dei dialoghi, poesia e narrativa per ragazzi. 
Beppe Mora è uno scrittore potente, c'è forza nelle sue parole, e noi sappiamo che anche lui conquisterà il mondo.

PREFAZIONE

Quando Giuseppe Mora mi portò in ufficio il suo manoscritto, provai immediatamente una sensazione di disagio. Conosco Mora da tempo e sapevo dei suoi scritti letterari (ne ero a conoscenza in quanto più di una volta mi ero rifiutato di pubblicare cose sue). Ma la simpatia che circonda la sua persona non poté che indurmi ad accettare un altro incontro. Entrò nell'ufficio con una lunga pipa fumeggiante. Gli dissi subito "Tutto, fuorché l'odore di pipa." Non appena capii che stava mettendo mano ai sigari lo cacciai fuori. "Parliamoci per telefono, è meglio."

Con tutta calma lui scese le scale e si indirizzò verso la cabina telefonica di fronte alla mia finestra e chiamò. Mentre con fare elegante esponeva il suo nuovo romanzo, io sfogliavo il manoscritto. Per farla breve mi piacque. In esso c'è la semplicità delle storie raccontate, situazioni comuni, con un linguaggio comune, che tanto affascina noi lettori degli americani. In Mora c'è tanta America, tanta provincia.

Ogni storia è la fotografia di un'anima, di una sensazione. Raccontata con quel linguaggio ciancicato che assume, a volte, la necessaria "grossezza" per diventare epico. Un linguaggio dalle tante sfaccettature: ciancicato (come potrebbe parlare un operaio di fronte ad un prete), oppure epico (quando vuole assumere una saggezza lacunosa), o dantesco (nell'istante in cui cerca, ma non riesce, di farsi poesia oramai obsoleta). Tante letture mescolate nel giovane Mora. Tante personalità in questo scrittore.
Tempo fa gli chiesi perché amava quel tipo di linguaggio, la risposta fu vaga, ma esemplare del personaggio: "Perché vende!

Invece non è così semplice, ripercorrendo le letture fatte da Mora si scorge tutta la narrativa infantile, e quelli che si definiscono "romanzi per ragazzi." Da Robert L. Stevenson, Jack London, Louis Pergaud. Si assapora quell'atmosfera d'innocenza tipica dei romanzi giovanili, la voglia di scoprire, di essere protagonisti, di essere eroi. Certo, non manca il Mora intellettuale con i suoi DIALOGHI fini e profondi, dove la drammaticità dell'essere letterario cozza contro la prosa della vita.

Come si può dimenticare chi si è: topo di biblioteca, caro Don Chisciotte dalla triste figura, intellettuale alla ricerca dell'azione.
Alla seconda lettura di questo libro mi chiesi se si trattasse di un capolavoro letterario o della brutta copia di un romanzo. Alla terza lettura abbandonai il quesito postomi, meditando su cosa fosse in realtà la letteratura.
Rimaneva da decidere il titolo. Ricordai l'ingresso di Mora nel mio ufficio, mormorava con voce tenue" questa volta ho roba da farci su un romanzo..." Eccola qui.

C. Harlock

Il mio romanzo è scritto come non dovrebbe mai essere scritto un romanzo:

disarticolato
inconcludente
ingenuo

L'ho scritto

senza timore
con reverenza
ma senza timore

beppe

Beppe Mora è nato a Bolzano il 20 maggio 1971, tuttora abita in questa città, della quale dice: " È la cosa più seria che mi sia capitata nella vita". Ama leggere le cose più disparate, dalle riviste immobiliari, ai romanzieri russi. In gioventù credeva di essere il più grande scrittore della sua provincia e quando non era ubriaco, addirittura dell'intera regione Trentino - Alto Adige.
In passato ha pubblicato alcuni racconti pornografici sotto pseudonimo, editi in riviste specializzate del settore. Ha abbandonato questo genere per motivi ideologici, ma soprattutto perché i suoi editori affermavano che "stava diventando troppo romantico".
Attualmente lavora come necroforo fossore, dicono che sia felice.

 

suAlcuni estratti:

III IVV VII VIII XV XVIXX XXXIVXXXV VILXLVIIIIL

III Sono un poeta, o almeno così racconto alla gente, dato che sono un tipo piacente la gente ci crede, insomma ho tutto l'occorrente: carnagione pallida, occhi piccoli e attorniati da occhiaie, capelli scuri e ricci, salto i pasti per mantenere la linea, e passo intere giornate a leggere libri in posti molto affollati, dove ci sono persone che mi conoscono.
Non ho molti amici, e quei pochi li tratto male, tanto per gradire la compagnia.
Di ragazze ne conosco tante ma, poche conoscono me; meglio così, meglio mantenere l'alone di incertezza e mistero attorno al giovane poeta e uomo di cultura.
Tanto per raccontarne una sulle ragazze, me ne stavo a bighellonare per le vie della città, quando mi capita di incontrare una tipa che mi piaceva non poco. La squadro, la fisso intenso, fermandomi in mezzo alla via, lei mi riconosce e saluta. Certo, questa si era presentata tempo prima, dicendomi di appartenere ad un partito della sinistra italiana che doveva avere il sostegno di molti per potersi presentare alle elezioni.
Non capii subito. "Il partito ha bisogno di almeno 500.000 firme per potersi presentare con un suo simbolo alle elezioni." Ancora non capivo. Borbottai solo qualcosa, del tipo:
"Non so, sono un poeta."
"Ah, si vede", rispose lei. Me ne andai altezzoso, borbottando un "Ciao bella." Ma era lì, fresca e giovane, e sorridente.
Se devo dirla tutta, io non ci so fare molto con le donne: sono un ragazzino timido con i forti, spavaldo con i deboli; purtroppo le donne sono tutte maledettamente astute e spietate, e mettono una gran paura.
Mi avvicino di nuovo: "Ciao, ciccia", lei alza il dito medio e me lo pianta di fronte agli occhi. Brutto inizio Fieramosca. Parlale di arte, falle capire che sei in gamba, mi dico, e attacco.
"Hai visto ieri la televisione, il documentario sulla situazione degli atenei italiani? C'era un servizio anche su questa città; ti hanno ripresa".
"Senti poeta, ma mi prendi in giro o sei proprio stronzo."
Le piaci Fieramosca, hai fatto colpo, pensai e...
 "Andiamo cocco, ti offro un caffé." 
Entrammo al Caffé Leopardi ed esclamai: "Fantasmi di eccellentissima origine, gloria, amor di patria, onore, te li cedo Giacomo, perché io l'amo."  Mi guardò, ancora con un sorriso, raggiunse la mia mano con la sua e disse:
"Adesso smetti di fare il coglione e beviamo il caffé."
Era una dolcezza; parlò della fame nel terzo mondo, delle multinazionali, della televisione, della globalizzazione, della fenomenologia, del relativismo e della pubblicità subliminale; dopo un ora le chiesi di sposarmi. "Sei la ragazza per me: così sicura, energica, piena di vita, combattiva; tuo padre che mestiere fa? Il medico dentista? Hai un appartamento in città in cui vivi sola perché in famiglia non riesci a realizzarti? Ah, anch'io ho un sacco di problemi; la mia identità non si è formata a pieno, sono oscuro."
Sta di fatto che le ero simpatico, continuavamo a vederci e... sono solo i cialtroni che fanno innamorare le donne. Mi amò!
IV Certo che convivere con la figlia di un dentista non è facile, è un problema di igiene ma, dato che i conti della casa prese l'abitudine a pagarli lei, iniziai pure a lavarmi i denti.
Lei si chiamava Andrea, e oltre ad essere ricca era anche bella, pensai:
"Chissà cosa avrebbe fatto John Fante nella mia situazione."
Quel borghese, decadente e malato, avrebbe sorriso e lasciato fare, perché era un tipo furbo.Un giorno tornai a casa e vidi Andrea piangere; le chiesi cosa c'era che non andava.
"Mio padre è morto." Capii che era giunto il momento di ripagarla di tutti i prestiti fatti; le misi una mano sulla testa, le baciai una guancia, e l'abbracciai. Dopo due settimane le dissi che me ne andavo, che con lei mi ero comportato male, l'avevo sfruttata, non l'amavo. Era d'accordo purché le restituissi tutto quello che mi aveva regalato; d'accordo anch'io, lasciai tutte le valigie a terra e me ne andai.
V Il mio amichetto Giangi mi accompagna spesso nelle mie peregrinazioni notturne, perché mi vuole bene e sa quanto bevo quando sono triste.
C'era che in quel periodo non davo esami, ero stanco, affaticato, e la consapevolezza di non essere nessuno affiorava. Mi nascondevo dietro un bel sorriso senza parlare; quando non si ha gioia in corpo significa che si sta sbagliando qualcosa, che non è tutto regolare, che bisogna pensare ad un rimedio. Ma da vigliacco che sono aspettavo il momento in cui scordavo tutto e ritornavo innocente. "Giangi, la vita è strana"; "Ci va coraggio, ragazzo mio, e culo", iniziammo a bere; l'uomo dietro il banco sorrise, strofinò le mani e attese.
"Un Negroni, va", dissi io.
"Un rosso" disse lui.
"Sai Giangi, in ognuno di noi c'é un errore. Sta nel modo in cui ci guardiamo; l'errore è il nostro credere di conoscerci, invece siamo qualcosa d'altro. L'uomo è l'unico animale che fa delle promesse, e quelle promesse non sono altro che desideri che vorremmo realizzare, che sono necessari; l'uomo è un guazzabuglio di errori, desideri e necessità".
"Il Negroni fa effetto" disse Giangi.
"Giangi, quando ti rivolgi a dio, ti senti parte di qualcosa di universale, sei felice, sei parte di un sistema, vuoi delle risposte, cerchi sicurezza".
"See!" rispose Giangi.
"Giangi tu sei fortunato, sei stato baciato in bocca dalla fortuna: hai un dio; ma il giovane zio Eugenio qui, lui non ha niente di mistico".
"Grazie a Dio, sei un pericolo per l'umanità per il mondo intero, sei un nichilista".
"Ti ringrazio ma, non merito tanto onore, purtroppo sono solo un cinico".
"Hai ancora soldi?" chiese Giangi.
"No!"
"Allora abbiamo smesso di filosofare!"
VII Proprio quattro anni fa, mi trovavo come molti ragazzi italiani a prestare servizio militare nel corpo degli Alpini.
Gli Alpini sono gente in gamba; hanno una storia. Ripercorrerla ora, non mi va, ma datemi retta, ne hanno viste delle belle. Ogni tanto mi ricapita tra le mani Giulio Bedeschi con le sue Centomila gavette di ghiaccio, e mi metto a piangere, perché riconosco in quei dialoghi in quelle situazioni, il vero spirito del corpo, fatto da ragazzi semplici della campagna, con la battuta pronta e con una allegria contagiosa. Bé, mi trovavo nell'ufficio vettovagliamento quando mi si avvicinò un Maresciallo Capo.Mi guardò, chiuse gli occhi e urlò:
"Fieramosca, che cazzo fai?"
"Nulla Sior Maresciallo... Me ero appisolà."
"Ostia Fieramosca, ma da quando l'è che te ciacoli in veneto?"
"Lo fago in onor Suo Sior Maresciallo. La me staga ben" dissi, in procinto di andarmene.
"Dove cazzo te vé Fieramosca? Sacramento!".
"Go da far Maresciallo, vago."
"Senteme ben, ora te ciapi il furgon assieme a Rossi e Bruson; te vai zò da quel cojon del formazaro e te ghe disi de darte le forme che gavemo ordinà da un mese. Questo l'é l'ordine. Sbrigate, o quando te torni te spuo in coste."
"Comandi Sior."
A ripensare come ero gagliardo, gli Alpini mi avevano drizzato il collo, mi guardai attorno e urlai :
"Bruson, Rossi, dove cazzo siete? Montate su quel cazzo di furgone e andiamo in città."
Arrivammo di fronte al magazzino di formaggi. L'odore di Grana si sentiva ad un km di distanza: era nauseabondo; occorse un po' per farci forza ed entrare. Dovevamo abituare le nari; mi feci coraggio, guardai negli occhi i miei compagni, posi le mie mani sulle loro spalle e dissi imperioso "Andiamo!"
Appena entrato udii un esile vocina sussurrare "Ciao, cosa desiderate?"
Mi voltai di scatto, pronto ad una, dio perdonami, disgustosa battuta, quando vedo di fronte a me due occhi azzurri piantati in un viso tondo, circondato da dei lunghi capelli biondi e lisci, giuro un Angelo. Il candore di quella pelle era più del latte, con un sorriso fatto da labbra rosso fuoco.
"Signorina, le sembrerò scortese ma, vogliamo del formaggio" dissi questo mentre mi toglievo la norvegese dalla testa.
"Ah, la scortesia è non chiederlo" disse lei.
Già l'amo pensai, e poi "Questa è la bolla d'accompagnamento; l'avevate inoltrata più di un mese fa ma, la consegna non è mai stata effettuata".
"Ora domando, aspettate!" Prese il foglio, ed entrò in un ufficio dai muri di vetro. Dentro c'era un uomo sulla cinquantina, tarchiato, con i capelli bianchi ed un viso grasso. L'uomo iniziò ad agitare le braccia alzando la voce, la ragazza sembrava impassibile ma, il suo sorriso era scomparso ancor prima di entrare.
La situazione risultava insopportabile; aprii la porta dell'ufficio, guardai negli occhi la mia ragazza e dissi
"C'è qualche complicazione?"
L'uomo mi osservò e con un sorriso forzato disse "No, no, c'è stato un malinteso. Qui se non faccio tutto da solo non si muove niente. è che questa zuccona qui a volte non si sveglia la mattina".

Povero Angelo mio, ma non ti preoccupare quell'orco cattivo non può nulla contro di te, sei invincibile, hai quel sorriso e tanta voglia di vivere, lo so, l'ho capito e non temere, il giorno del riscatto é vicino, ti alzerai in volo sopra questo odore infernale e sarà un impresa prenderti, anche solo con lo sguardo.

"Non c'è nessun problema, ora, se ci date il formaggio, noi andiamo" conclusi.
"Allora carichiamo tutto. Faccia parcheggiare qui di fronte e ci sbrighiamo in un secondo" disse la faccia grassa.
"Bruson, metti il furgone dove ti dice quest'uomo" ordinai.
Il formaggiaio, Rossi e Bruson si allontanarono. Io rimasi in ufficio a compilare la bolla d'accompagnamento con la ragazza della quale ancora non sapevo il nome e...
"Come ti chiami?" disse lei.
"Eugenio, Eugenio Fieramosca" dissi io, sorridendo.
"Eugenio Fieramosca, io mi chiamo Monica" disse lei con voce divertita.
"Molto lieto di conoscerti, bellissima Monica, quanti anni hai?"
"Ne ho venti, e tu?"

Angelo mio, ho cento anni e sono giovane, ho urlato al cielo, contro chi so io, e sono sempre stato solo.

"Ho venti splendidi anni" e aggiunsi "Di dove sei?"
"Sono jugoslava. Diciamo che lo ero; ora con la guerra non so più cosa sono."
"Tu sei fortunata. Ma dimmi, hai trovato lavoro presso questo stronzo?"
"Diciamo che è mio marito che ha trovato me."

Angelo mio, quel vigliacco porco ti ha comprato, non serve che spieghi nulla, comprendo, a volte la miseria si combatte con i compromessi.

"E io che pensavo, fosse tuo padre."
"È tutto tranne che mio padre; te lo posso assicurare. Senti Eugenio ora devo andare, ho da fare, spero di poterti rivedere."
"A me farebbe molto piacere, bellissima Signora Monica.

VIII Ma torniamo al presente, i ricordi sono belli, perché sono ricordi.
Proprio la settimana scorsa mi trovavo a discutere di questi argomenti memoriali, con un professore universitario, un professore di filosofia vecchio, intollerante, vecchio!.
"La memoria è importante per Nietzsche?" chiese il vecchio.
"Bé, non tanto, nel senso che per lui bisogna saper dimenticare" rispondo io.
"Sì, sì, mah... Lei ha studiato?"
"Non sarei qui altrimenti."
"Senta, perché Nietzsche assume tanta rilevanza nella nostra epoca?"
"Perché, finalmente, ha posto una lapide sulla falsità del cristianesimo."
"Quel -finalmente-, però, lo aggiunge Le."
"Professore, se ricordo bene, il tema del corso era La morte di dio in Nice e Dostoyewscki. Io ho citato il Nice della Gaia Scienza.
"Certo, certo, ma quel -finalmente - lo aggiunge Lei."
"Quale finalmente, scusi?"
"Lei ha detto: perché finalmente ha posto una lapide sulla falsità del Cristianesimo."
"Per l'amor di dio, io non ho detto niente!"
Il vecchio professore si rivolse all'assistente, concentrò i suoi sforzi, chiuse gli occhi e dopo un sospiro
"Lei, cosa a sentito?"
"Io ho sentito un -finalmente - " rispose l'assistente.

"Che le dicevo, non sono mica sordo, qua si parla di -finalmente-  disse il vecchio rivolgendosi a me.
"Giuro sulla vergine maria, che non ho detto nulla di tutto ciò."
"Senta Fieramosca, io la mando via! La respingo. Non perché Lei non ha studiato, neppure per quell'affaraccio, per Lei poco dignitoso, del -finalmente- ma, la mando via perché mi è antipatico. Chiuse di nuovo gli occhi, si voltò verso l'assistente, riaprì gli occhi, e si mise a sghignazzare e l'assistente preoccupato ci diede dentro con una fragorosa risata che fece tremare l'aula. Mi stavo alzando dalla sedia, quando la vecchia voce dell'uomo vecchio pronunciò parole tremende.
"Un momento Fieramosca, sieda, non ho finito, io li conosco i tipi come lei: vi trovate a vent'anni con l'alternativa di lavorare o studiare, e cinque anni di pacchia all'università sono meglio di un posto da elettricista, da idraulico, da manovale, da ragioniere, ma sono quei posti che si merita la gente come voi.
Qui, invece, produciamo cultura; stiamo qua per apprendere, per accrescere intellettualmente; l'università è fatta per gente predisposta, gente con qualità: sensibili, disposte allo studio, con gusto. Non gli sciacalli!
Mi ha capito Fieramosca, vada pure ora."

DIALOGO DI EUGENIO FIERAMOSCA
CON L'AUTORE DI LUI MEDESIMO



"Mora, sei un perdente."
"Sì, mi hanno informato."
"Chi?"
"Mia madre."
"Mora, sono stanco di quello che scrivi su di me, o meglio, caro il mio vigliacco, di quello che scrivi su di  te, pensando di essere me, sei uno stronzo.
Dimmi un po', tutto questo vino che mi fai bere, mentre tu sei astemio, da dove salta fuori? Ah piccolo borghese, pensi che il vino possa far parlare in un certo modo, far fare certe cose, ti serve un alibi. E poi questo mio parlare ciancicato, dubbioso, volgare, da dove viene? Vuoi fare l'americano, tu? Con i tuoi Dei ubriachi, Hemingway, Bukowski, Fante, e quel coglione di Miller.
Sei un perdente e ti odio. Tirami fuori da questo immondezzaio che è la tua vita: inconcludente, sofisticata, mistica.
Brutto bastardo io sono un ragazzo semplice, amo la vita, non ho il vizio assurdo, dammi una speranza, io voglio una morale, delle regole, voglio essere delicato, sano, voglio essere normale."

"Tu, ragazzo mio, sei quello che è questa società, io non ti posso aiutare, dovevi decidere in partenza quello che volevi essere, e poi comportarti altrimenti. Il tuo qualunquismo, la tua arroganza, la tua violenza verbale, ti do atto, non innati nella tua identità, sono alla fine divenuti predominanti, e cosa orribile, non ne hai avuto sentore; c'è una logica in tutto questo, nasce dall'incomunicabilità tra gli uomini."
"Ma tu mi hai costruito, tu sei l'artefice di me stesso."
"Tu sei un coacervo di reminiscenze che mi circondano, tu sei la mia realtà, io non sono te."
"Io ho bisogno di aiuto, ho bisogno di qualcuno, sono solo, sono ignorante, sono triste."
"Ora stai imparando; quando un uomo chiede aiuto, buona parte dei suoi problemi sono già risolti. Cerca qualcuno e parla, sarai aiutato".
"La fai facile tu, brutto figlio di puttana."

DIALOGO DI EUGENIO FIERAMOSCA CON DIO


"Sempre a sputare sentenze tu, ma hai mai provato a scendere in questa merda, è uno schifo, qui si crepa, lo sai questo? Tutte quelle cose che ti ho chiesto, non mi sembravano impossibili, non le hai mai realizzate; e allora vai a fare in culo, faccio a meno di te. Ti auguro di crepare."
"Eugenio, Eugenio, ma che cazzo combini, datti una calmata, regola la tua vita. Dimentica i tuoi sogni di gloria, non ci sei portato, tu sei un ragazzo tenero, c'è del morbido in te, la gloria è dei cinici, guardati intorno, trova una ragazza che ti vuole bene, metti su famiglia, trova un buon lavoro, e a sera, quando torni a casa, dopo esserti fatto una doccia e una chiavata, esci a braccetto con la tua bella e vai a mangiarti un gelato."

"Normalità, tu sei normalità, rifiuto questa logica perversa, non è fatta per me.

Io guardo lontano, e in fondo a quel'orizzonte per te irraggiungibile, vedo un mare di sapere, vedo fiumi di parole, vedo cascate di denaro, sorrisi, denti bianchi, cosce tornite, seni gonfi, silicone e telefonini, grandi case dagli ampi giardini, vedo dibattiti televisivi, vedo giovani vergini dal pallore liceale che piangono ai versi di un fiero insetto ben nato."
"Ragazzo mio, tutto quello è niente, torna a me, io ti offro il mondo della semplicità; prendilo è tuo, ti offro il mio amore, pensa a questo Eugenio; un dio che ti ama, non è forse tutto? Sì! È tutto."
"No! L'amore che porto per i miei sogni è più forte di te, ti ho vinto con la speranza, ho reintrodotto la parola speranza nel mio vocabolario, eri stato tu a cancellarla, io ho vinto dio."
"Eugenio, dio è la speranza."
"Tu, per me, sei morto."

XV Me ne stavo tornando a casa dalla mia famiglia, gente strana, semplice.
Anch'io sono un ragazzo semplice, ma complesso. Sì, perché io, percorro una strada attendendo un angolo dove svoltare. Quando si svolta, i nostri occhi si trovano a guardare in due direzioni, il nostro orizzonte visivo percepisce la strada precedente e quella successiva.

La precedente la conosciamo, ci piaccia o non ci piaccia, la successiva la scorgiamo bene, ci piaccia o non ci piaccia, c'è, però, un punto infinitesimo in cui vedi distintamente tutte e due le possibilità, è all'angolo di quarantacinque gradi in cui l'occhio viene tagliato dall'asse. In quel punto infinitesimo sei in imbarazzo; guardi avanti o guardi in dietro? Per questo sono complesso, ma anche semplice.

XVI "Ciao Pà."
"Chi sei?"

"Cristo Santo Pà, sono io Eugenio, Cristo, eeh, ma che caz..."

"Eugenio figlio di un cane, sei tornato dal tuo papà, fatti baciare."

DIALOGO DI EUGENIO FIERAMOSCA CON UGO FOSCOLO


"Ah, Ugo, mediti in riva alla laguna? Con quel mantello avvolto sulle spalle? C'è troppa nebbia per me, guarda il cielo poi, carico di nuvole nere. Quelle onde impetuose presagiscono tempesta. Ma tu con quelle lacrime che solcano il viso, pensi a qualche donna? A cosce bianche e manto nero, seni rosei, bocche carnose, oppure no? Brami il possesso, che quella donna sia tua e di nessun altro, vuoi il suo cuore i suoi pensieri? Ah temerario, l'amplesso non ti esalta è invece la letteratura d'amore il fine, il poter raccontare. Tu ami la conquista, per poi cedere la preda una volta consumata."
"Ah, Fieramosca! Il personaggio ribelle, figlio di quel lettorucolo moralista. Dimmi giovane, sei mai stato in guerra?"
"Mio dio, no!"
"Su questa coscia porto una ferita, è qui il mio onore. Le donne di cui parli, sì , le ho conosciute ma, loro conoscevano in me solo il poeta e non potevo contraccambiare in amore. Tante lacrime, giuro, oneste ma, l'amore l'ho versato a me solo.

Ma tu sei giovane, cinico, mi somigli, anch'io personaggio ribelle della mia biografia, anch'io come te spregiatore del sacro ma, io a differenza tua, dissacratore dell'aurea poetica." "Ascoltami, la memoria tua ti è più cara della vita, quella lettera apologetica, scritta per me, non portava incisa la gloria eterna? Io e te siamo uguali."
"Se lo sfidarti a duello non ti desse rinomanza, lo farei ma, a che servirebbe? Io di tuo non ho mai letto nulla, solo fogli bianchi bagnati d'angoscia. Sei il più grande poeta inedito della storia. Te lo concedo... e sorrido."
"Addio Ugo, sappi che ti ho amato e in cuor tuo mi hai pensato. Sì, in fondo mi ami. Pensando a quel lettore ideale delle tue gesta, ero io, ma purtroppo sono un vile."
"Addio Fieramosca, giovane innocente. Sì, sei un vile, perché scomodi il Foscolo per parlare a te stesso. Ma resta qui un po' con me e guardiamo il mare in tempesta. E ricordati, le donne si guardano fisse e non si distoglie mai lo sguardo."

DIALOGO DI EUGENIO FIERAMOSCA CON
FRANCESCO CRISPI



"Avvocato i miei ossequi."
"Che vuoi?"
"Niente, giuro, anche se so, lei per me potrebbe molto, non è vero?"
"Molto è dir poco ragazzo... e sia allora, esprimiti!"
"Presidente io le porto un saluto, un omaggio alla sua austerità. In ricordo del suo membro virile, eretto e gonfio, che mostrava nell'aula del parlamento italiano ai suoi onorevoli colleghi. Saluto, dunque, quel suo attributo e rimembro le sue gesta, quando seduto nel suo studio mostrava, con sguardo impassibile, una pistola a suo figlio esortandolo ad usarla contro sé stesso.

Quel suo figlio ladro, spregiatore dell'onore e del suo eroico genitore, padre della patria. Ah, le sue origini borghesi! Ammazzarsi per questioni morali, lei bigamo e corruttore, sacrificava un figlio troppo furbo.
Le dò atto. Prima di tutto il buon nome, poi la patria (questa dolce creatura coccolata e venerata), poi il Re (quello buono, che donava medaglie ai fucilatori), poi la libertà (quella bianca, che parlava italiano o tedesco). Sì! Rivoluzionari a vent'anni, conformisti a settanta! Un saluto, dunque, alla sua intelligenza e, con un po' di invidia, alla sua vita avventurosa."

XX "Giangi dammi una speranza!"
"E tu in cambio, che mi dai?"
Non avevo previsto questa risposta, comunque è vero, che si dà in cambio di una speranza? Ma certo!
"Ti dò un altra speranza."
"Tieni la mia Giangi, e non voglio la tua, te la cedo per nulla."

"Non fare il magnanimo buffoncello, hai poco da regalare, tu!"
"E allora me la tengo e tu tieniti la tua e addio."
"Arrivederci."
"Addio!"
"E allora addio!"
"Arrivederci."

DIALOGO DI DINO CAMPANA CON
GIOVANI DRUGHI



"Arriva Campana, andiamo ragazzi, sputiamogli in faccia, forza diamogli addosso. "Ehi Campana sei un pazzo, lo sapevi?"
"Lo immaginavo manica di stronzi."
"Campana ma è vero quel che si dice di te?"
"Tutto quello che si dice di me è vero, io sono la verità."
"Dino, parlaci di Nietzsche."
"Nice, sì Nice, poca cosa, poca cosa."
"E l'Arelamo?"
"Poca cosa, poca cosa."

"E la guerra? Campana la guerra?"
"Grande la guerra, grande!"
"Dino ci piace prenderti in giro, pazzo bastardo."
"Chi io? Io pazzo? Certo eh,  si pazzo!"
"Dino ci fai tanto schifo che vorremmo ammazzarti"
"Giovani vigliacchi, ho lottato contro il mondo, dentro bettole e puttane, ho bestemmiato e pisciato più di tutti voi messi assieme, e ho vomitato nella gola di vostra madre, ho inculato vostro padre, e vi ho cagato sulla lingua, brutti figli di troia."

XXXIV "Dottor Fieramosca, sta andando via? Ha fretta?"
Incontrai l'ingegner Flick nel salone d'ingresso della sua casa, mi accolse con uno sbadiglio.
"No, ingegnere, non ho fretta" dissi io, lisciandomi i capelli con la mano destra.
"E allora si fermi a bere qualcosa con me, è da tanto che non parlo con un giovane come lei."
Mi aspettavo che dicesse di non parlare con nessuno da sempre. Ci accomodammo nel suo studio, avvolti dal tepore di un camino acceso.
"Fumi, fumi pure se vuole, beve qualcosa di forte?" disse frettolosamente l'ingegnere.
"Sono astemio, supplisco con i Toscani" dissi io, accennando un sorriso. L'ingegnere impassibile, nella sua totale ignoranza delle buone maniere, che fanno sorridere anche alle stronzate, mi porse una grappa alla mela.
"È quella del contadino."
"Sono astemio."
 "Bé, sono solo particolari. Ci dia dentro su, che è giovane."
 Mandai giù quella brodaglia in un colpo solo, devo dire che era buona. L'ingegnere stupito del gesto, versò altro liquido nel bicchiere. Questa volta la sorseggiai, per dimostrare un po' di creanza.
"Allora, Dottor Fieramosca" disse Flick ironizzando nel pronunciare quel marchio posto prima del mio cognome:
"Sono al corrente di tutti i suoi studi sulla letteratura russa. Il Maestro Merola mi ha anche accennato alla sua volontà di scrivere qualcosa nell'ambito teologico, è vero?"
"Si esatto, quel qualcosa in ambito teologico si chiama bibbia."
"Lei è credente Dottore?"
"Un tempo lo sono stato, credevo nell'amore, nella misericordia, ed era forte in me il senso della pietà. Ma oggi mi sono reso conto della totale inutilità della parola speranza, la quale è alla base di qualsiasi religione."

"Dunque ateo, ben venga la mancanza di fede. Son concorde nel giudicare la fede pura reminiscenza di un passato barbaro e primitivo, che l'uomo si porta sulle spalle da sempre. Tecnica ci vuole, tecnica. Basta con la magia. Dunque Fieramosca, mi spieghi cosa ci sta a fare dentro la bibbia?"
"Cerco qualcosa, diciamo una speranza."
"Ma non l'aveva cancellata questa parola?"
"Sono sempre pronto a rimettercela."
"Giovanotto, lei è davvero un ragazzo interessante. Certo, però, laurearsi in letteratura, non le sembra una perdita di tempo? Non le sembra?"
"La letteratura è la cosa più inutile di questo mondo, concordo appieno ma, anche la più affascinante, non trova ingegnere?"
"No, ma è solo un particolare."
Piano piano saliva in me il sentimento della pochezza umana. Io Eugenio Fieramosca abituato a volare alto con i miei sogni marinari oppure interspaziali, ero costretto a dialogare con uno stronzo di stronzate, come la letteratura e la speranza.
Avevo voglia di bestemmiare e uscire da quella stanza urlando, dopo aver colpito Flick con un bastone, oppure con un altro oggetto, ma sempre molto pesante. Dopo essere uscito, scappare a perdifiato su di una collina e da lì buttarmi a capofitto in un burrone e spaccarmi la testa e tutte le ossa. Ma non c'è sollievo neppure nella morte, dunque una forte stretta di mano al pelato e poi dritto a casa a farmi una bistecca.

XXXV È come quando ti stai tirando una sega e l'immagine di una bella tettona scompare, perché di soprassalto ti viene in mente il ricordo di quel tuo amico con la barba, che non vedi da tanto.

C'è da rimanere tristi, ma si continua a darci dentro tanto per farla finita. Questa è la vita, una sega mal riuscita; tu ti alleni giorno e notte, sudi per riuscire e un bel momento il sogno si interrompe e come per incanto ti trovi infelice, senza poterci far nulla.

DIALOGO DI EUGENIO FIERAMOSCA CON
ERNESTO HEMINGWAY



"A Cuba al sole si asciugano i capelli. Ma un vecchio ubriacone ha poco da sperare. Per scaldarsi l'animo rimane il rum però, e... dimmi Fieramosca, non mi farai lo scherzetto di essere astemio?"
"C'è poco da scherzare, ma dimmi vecchio, sono vere quelle storie su di te."
"Cosa intendi ragazzo? Quel 90% di letteratura che è la mia vita, o quel 10% di verità."
"Voglio la verità."
"La mia verità è la mia letteratura. Son scrittore da sempre, e ho vissuto per descrivermi. Nessuno può rinfacciarmi questo. C'è bisogno di tipi come me."
"Certo sei roba buona, lo ammetto. Ma ti sei nascosto bene dietro i tuoi libri, tanto che alla fine anche tu sei divenuto storia e... non voglio offenderti, oggi sei mito."
"Ti ripeto che sono necessario al mondo."
"Per qual motivo, caro vecchio?"
"Ci va passione a far lo scrittore, coraggio no, virilità sì. Orribile sembianza assume la virilità. Quella forza aleggiante nell'idea che chiamasi morale, diciamo pure etica, via! La forza dell'idea di dire questo è bene, questo è male. Tale maniera è necessaria, dammi retta. Siamo in un mondo violento, dove gli eroi sono scomparsi.

Dove non ci sono guerre giuste da combattere (qualcuno può dire: meglio così). Io dico, viva l'eroe moralizzatore, anche carismatico dal far provocatore, che spara sentenze, e non sa quel che dice: troppa personalità? Forse sì. Piuttosto che calma piatta, meglio il gesto gagliardo ed eclatante. Un mondo di urla strazianti, di arrabbiati, piuttosto che apatia. Son radicale, certo che sì. Il mondo ha bisogno degli scrittori, meglio se eroi e non personaggi. Ma esistono ancora ? Purtroppo no!"
"Forse ti sei dato troppa briga nel voler sembrare quel che non sei."
"Sei proprio un ragazzo. Cosa pensi che sia uno scrittore? Egli è un uomo in cerca di un sogno, cioé apparire diverso da sé. Per fare questo è necessario il consenso di molti. Uno scrittore non bugiardo è davvero pietoso, privo di attrattive, orribilmente ingenuo."
"Ma allora quel gesto eclatante e virile, si spegne ingiustamente con l'acqua della menzogna. Tu vuoi spacciare verità sapendo che trattasi di falsità, di letteratura."
"Ma è il mondo che vuole questo. Se lo scrittore dicesse la verità creerebbe scompenso, tristezza. Porterebbe i suoi simili alla conoscenza del sentimento della pochezza umana."
"Ma allora non esiste la verità nella letteratura."
"La verità non esiste e basta."

VIL In un cinema affollato e rumoroso mi trovavo, con al fianco una bella sconosciuta.
Othello parlava, così rozzo così soldato, e Jago, perfido amico, rideva. Lei, la dolce creatura che stava al mio fianco, piangeva. Forse ancor c'è a questo mondo un po' di sentimento che fa arrossare gli occhi al solo sfiorare il male? Desdemona ingenua e innamorata, quell'ultima mezzora chiesta prima di morire la volevi per piangere? Certo no! Per pregare? O forse tutte e due. Ma tu ragazzina, tanto spavalda, ora ti sciogli in un pianto? La morte spaventa soltanto i felici.

Quella felicità, eterna promessa, a te è stata donata, ma ha uno scotto, son quelle lacrimucce sciolte che rovinano il trucco. Cassio, idiota, meritavi la morte, e invece tu, mia vicina, dedichi una goccina pure a lui, per un perdente come me, questa è una consolazione.
E ripensavo alla frase ascoltata -Le donne debbono smetterla di tener le gambe aperte e la bocca chiusa-. Conversazioni rubate in un cinema, e da buon ascoltatore porgevo l'orecchio. "Ti giuro abbiamo solo scopato, non c'è stato altro tra noi".
Sia lodato dio, l'amore è ancora un valore.

XLVIII Pirandello ha steso un pietoso velo, mentre Alfieri faceva latrare il core, pane e figa al popolo scriveva il Manzoni, e tu Fieramosca, iroso porcospino, con ogni tua punta dedicata ad un amore, non hai inventato nulla di dignitoso.
Viaggi oltremare? Manco uno. Amori disprezzati? Neppur l'odore. Giovani cuori rubati alla noia? Non fan ombra.

Vigliacco adoratore del male, emergi dall'onda e vibra fremente, alzando il cazzo, fallo ballare e impugnalo. Ma no, tu no, giochi e ti credi Apollo, come dici? Mi concedo! Vorrai dire: scappo. Sono provato, dammi atto. Lo so, lo so Giangi benigno amico, hai ragione, hanno ragione tutti, non valgo una cicca, non son buono a nulla, dovrei concedere un sospiro di sollievo al mondo, dicendo, ho torto!

IL Me ne stavo sulla A14 a bestemmiare contro dio e il caldo. In piena estate un uomo su una macchina che sfreccia sull'autostrada non può fare altro.
Per caso, in un piazzale del parcheggio, incontrai una bella figa con minigonna e body a balconcino. Teneramente pensai alla grande ondata di puttane che provenivano da tutto il mondo, per professare nei paesi ricchi. C'ero solo io, in quel pomeriggio d'estate, a fare compagnia a questa puttana. Certo il domandarsi che ci faceva lei non trova una difficile risposta; qualche camionista l'aveva scaricata dopo essersela chiavata. È più complesso pensare  che ci facessi io lì. Mi avvicino, perché sono un tipo gentile, e le chiedo se vuole un passaggio. La giovane donna risponde con il capo.
E allora andiamo amica mia, ti porto al mare.
"Come ti chiami" le chiedo io.
"Lole" fa lei.
"Piacere Fieramosca, Eugenio Fieramosca, da dove vieni?"
"Ruanda."
"Bel paese, un po' troppo caldo per i miei gusti" dico sghignazzando.
"Ci sei stato?"
"No, ma ci andrò"
"Quando?"
"Quando potrò permettermelo"
"Non capisco"
"Quando avrò i soldi per andarci."
"Ah i soldi, quelli mancano sempre per tutto."
"Come ti trovi qui in Italia?"
"Non bene, vorrei essere più libera per viaggiare in altri posti, vedere il mondo, non mi piace stare troppo in un luogo."
"A chi lo dici. Ma qua che fai per campare?"
"La puttana."

"Lole a mio avviso dovresti provare a far qualcosa d'altro, forse meno lucroso ma più dignitoso" dissi questo mentre facevo mente locale a quanto avevo nel portamonete, per capire se potevo tirarci fuori una sveltina.
"No, meglio fare la puttana, lavoro qualche anno poi mi trasferisco in qualche posto dove la vita è meno cara."
"Senti, ma quanto chiedi per fare l'amore?"
"A seconda di chi ho di fronte, se è un vecchio sono 100.000 ma, a un bel ragazzo 50.000."
"Eh Lole, io non sarò bellissimo, ma Cristo di dio son giovane."
"Ah, ma sei anche carino, sai?"
"Ti ringrazio, che ne dici ci fermiamo da qualche parte?"
"Va bene, laggiù mi sembra buono."
Ci fermammo in un piazzale adiacente ad un bar, e ci spostammo nel sedile di dietro, alzai i parasole dei finestrini laterali e del lunotto posteriore, poi misi una coperta che ricadeva sul parabrezza. Una bella stanzetta per l'amore, è che sono un ragazzino discreto. Lei si alzò la minigonna sulla pancia e le vidi una magnifica figa, eccezionalmente grande, i peli del pube arrivavano quasi sino all'ombelico, poi si abbassò il body e cascarono fuori due enormi seni neri, con dei capezzoli che parevano medaglioni. Lei mi prese le mani e se ne portò una in mezzo alle gambe e una su di un seno. Iniziammo a baciarci, posi le mie cosce in mezzo alle sue, mentre iniziavo a stantuffare, venni assalito da un caldo insopportabile, aprii il finestrino della portiera e ne feci fuoriuscire la testa. Pensavo alle orribili cose che si dicevano sulle prostitute. Mi ripromettei di ammazzare chiunque parlasse male delle troie, e dunque d'un tratto, con la testa sporta, urlai al cielo
"Dio vieni giù che ammazzo pure te" poi venni e fui felice.

 
 
 
 

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