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INTERVISTA AD ANDREAS PERUGINI:
Ok,
allora bando alle ciance, come si dice, e veniamo alle domande.
- Prima
di tutto la vostra storia. Essendo un gruppo emergente siamo curiosi
di sapere come siete arrivati ad essere i Croma.
Il
gruppo nasce a Bolzano nel '96 per iniziativa mia e di Emanuele
Zottino. All'epoca entrambi suonavamo il basso: io in un gruppo
hardcore e lui in un gruppo rock stile Ligabue. Mi ero già avvicinato
al minimalismo attraverso la Zelig, la scuola di Cinema e Televisione
che frequentavo, ed il cinema di Peter Greenaway (con le relative
colonne sonore di Michael Nyman e Wim Mertens). Avevo già tentato
con Simone Tumiati di introdurre sequenze minimaliste di piano
nelle tessiture di brani hardcore. È strano a dirsi, ma hardcore
e minimalismo hanno molto in comune! Emanuele frequentava il conservatorio
e fu lui, da me contagiato, a prospettarmi di formare un gruppo
di musica minimalista. Coinvolgere Simone fu scontato ed avvenne
puntualmente, mentre rimanevo scettico sulla possibilità di "cooptare"
musicisti di formazione classica: i conservatori lo sono di nome
e di fatto… in Italia non sono certo luoghi d'apertura mentale.
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Emanuele, infatti, fece leva più sull'amicizia che sull'aspetto
artistico o professionale per la prima formazione del gruppo. Di
quella formazione, comunque, è rimasto solo Simone oltre ad Emanuele
e me. Successivamente, si sono aggiunti nell'ordine: Francesca Comunello,
Laura Fulco (già mia compagna di studi presso la facoltà di sociologia
di Trento), Filippo De Gasperi (al tempo a lei legato sentimentalmente),
Sergio Pircali (ottimo batterista hardcore e jazz e dedito ad escursioni
recitative) ed, infine, Anni Micheli, l'ultima di una serie (una
via crucis!) di soprani.
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- Rock,
classica, jazz le varie influenze di cui ognuno di voi è portatore ben
si coniugano con una musica, il minimalismo, sintesi tra musica "aulica",
diciamo, e popolare. La scelta di suonare questa musica, tra l'altro
per niente facile da eseguire, da cosa deriva?
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Noi
non crediamo che esista una musica "aulica" contrapposta ad una
"popolare", non ci piace distinguere tra musica "colta" o peggio
"seria" e musica "leggera". Sono termini che aborriamo. Per noi
esiste la musica "artistica", che viene prodotta partendo da un'istanza
comunicativa (concetti, sensazioni, sentimenti), e quella "commerciale",
che viene prodotta con il principale scopo di essere venduta al
più largo numero possibile di consumatori.
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Pur
avendo le nostre preferenze, siamo ben consci che esistono capolavori
in tutti i generi. Personalmente, ad esempio, non posso definirmi
un grande estimatore del blues, ma, di fronte alla bellezza di
certi brani, posso anche piangere dalla commozione.
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Il
minimalismo esiste dagli anni '60, ma negli anni '90, in pieno
cross-over ed in pieno post-modernismo, acquista ancora più
senso in quanto realmente riesce a sintetizzare mondi musicali
originariamente molto distanti: la cosiddetta musica "classica"
e la cosiddetta musica "rock", con tutta l'ambiguità cui questi
termini ci costringono. Oltretutto, il minimalismo con la sua
ideologia squadrata, con la sua poetica chiara, con la sua forte
disciplina, si contrappone alla bolgia dell'indefinito, al marasma
ideologico ed al relativismo radicale che hanno caratterizzato
gli anni '90, rischiando di "contaminare" anche il nuovo decennio/secolo/millennio.
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Se
tutto, troppo, diventa relativo, allora tutto è lecito e l'unica
cosa che rimane è il mercato! Quindi, curiosamente, il minimalismo
da un lato, pur restando un fenomeno minoritario, marginale, può
assurgere a rappresentare lo spirito migliore degli anni '90,
(l'apertura mentale e la contaminazione culturale derivante),
ma, contemporaneamente dall'altro, può rappresentarne il principale
detrattore.
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La
musica minimalista, quindi, ci permette di coniugare le nostre
così differenti formazioni individuali e di porci in modo non
passivo ed, anzi, critico nel processo artistico, culturale,
musicale del nostro tempo.
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E
poi, per rispondere alla tua domanda, fondamentalmente, questa
musica ci sembra semplicemente stupenda!
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La
nostra musica, più che al serialismo dell'ostica minimal music di
Raich o Riley, si rifà al minimalismo della "terza generazione",
alla melodia e alla ritmica di autori quali Wim Mertens e Michael
Nyman e, naturalmente a Philip Glass. Poiché riteniamo le parole
molto importanti, l'utilizzo della voce recitante si potrebbe paragonare
a quella dei Massimo Volume (definibili: minimalisti underground).
CCCP e Disciplinatha ci affascinano per l'immagine che hanno saputo
darsi (ideologia manifesta, ironia latente). Franco Battiato è forse,
in assoluto, il più eclettico musicista, un autore enorme del panorama
musicale di sempre: ha spaziato nella musica in lungo e in largo,
ha composto anche qualcosa di minimalista, ma forse gli è mancata
una vera sintesi. Ultimamente seguiamo i finlandesi Apocalyptica
che, con una formazione di 4 violoncelli, hanno iniziato facendo
cover dei Metallica. Poi ci sono tutti i gruppi hardcore-straight
edge. Come già accennato, straight edge e minimalismo hanno in comune
una certa disciplina, un certo rigore ideologico. Anche musicalmente,
nonostante giungano a risultati nettamente differenti, hanno la
comune caratteristica di lavorare sullo stesso materiale (una sequenza
di note, un giro) dando sempre adito a capovolgimenti compositivi.
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L'intellettualismo
dei Blu Vertigo, lo sperimentalismo di John Cage e le stupende peripezie
vocali di Meredith Monk ed ancora la drammatica brutalità del death
metal e del grindcore; il barocco di Bach e degli Iron Maiden (di
Transilvania abbiamo una cover in repertorio), la dodecafonia e
la techno, e poi i gruppi degli anni '80, Smiths, Cure, Simple Minds,
ed ancora i Beatles degli studio years, veri precursori del cross-over,
ma anche Fabrizio De André, il rap italiano, i canti popolari sardi…
sono solo alcuni dei musicisti o dei generi che apprezziamo e che
direttamente o indirettamente ci influenzano. Quello che più odiamo
è, invece, la farsa commerciale della new age (che come fenomeno
artistico non esiste); un tempo spacciata come musica da relax per
manager stressati ed ora, chiaramente, un'etichetta da vendere a
confusi consumatori in cerca di un'anima da comprare.
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- Come
siete arrivati a questo primo disco?
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Avevamo
un repertorio di decine di brani e la paura che qualcosa potesse
accadere e che tutto potesse essere perduto. La necessità di fissare
i brani in una registrazione e la consapevolezza di essere pronti
a farlo oltre alla fondamentale disponibilità dello studio di
registrazione ZEM legato alla Harlock, la nostra casa discografica,
ci hanno spinti a questo passo.
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Lo
sforzo per Discromatopsia è stato quello di selezionare i brani
più stilisticamente omogenei, completandoli, e compattandoli coerentemente
anche se, a mio avviso, nel cd è evidente uno sviluppo stilistico
interno.
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- Tra
i produttori leggo il contributo della provincia autonoma di Bolzano.
Mi sembra strano e molto positivo che delle istituzioni producano un
disco.
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Che
sia positivo è sicuro, che sia strano lo è altrettanto. In Italia,
ovunque vige la gerontocrazia per cui, nella fattispecie, spesso
vecchi rincoglioniti decidono ciò che è arte e ciò che non lo
è pur, oggettivamente, non disponendo dei mezzi culturali per
poterlo fare. Grazie allo sforzo della Harlock e, soprattutto,
grazie alla nomina di Antonio Lampis, persona giovane, competente
e sensibile, quale alto dirigente dell'assessorato alla cultura,
è stato possibile il contributo istituzionale a questo progetto.
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Il
nostro è stato forse il primo progetto di musica non classica
ad essere appoggiato. Fino ad allora, come singoli potevamo godere
di contributi per progetti "classici" paralleli ai Croma, ma non
potevamo sperare di interessare le istituzioni con il nostro comune
progetto. Per una volta, una briciola dei circa 7.000 miliardi
l'anno che arrivano da Roma alla provincia di Bolzano, sono stati
ben spesi…
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-
Che cosa vi aspettate da
questa vostra prima fatica?
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Farci
conoscere un minimo in Italia e all'estero, prendere contatti;
avere la possibilità di suonare in giro… insomma: diffondere la
nostra musica. La distribuzione è, comunque, faticosa ma il prezzo
imposto di 25.000 lire dovrebbe incentivare l'acquisto.
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Il
titolo dell'album scimmiotta il nome del gruppo: Croma, innanzitutto,
è un nome che suona italiano (e questo risulta importante per
il mercato giapponese!!!), poi rappresenta un particolare tipo
di note ( ci sono le crome, le semicrome, ecc.), quindi la metafora
ritorna all'ambito prettamente musicale, infine ricorda i colori.
Sia io che Emanuele siamo leggermente discromatici. Io sbaglio
circa il 50% degli appositi test oculistici con il cerchio ed
i pallini colorati che dovrebbero evidenziarsi in lettere e numeri.
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Discromatopsia
è quindi una patologia ed è la nostra patologia minimalista. Anche
la copertina del disco, creata dal bravissimo Max Mariz, e, soprattutto,
le scritte sull'etichetta del cd, sono in quadricromia ma sembrano
quasi monocromatiche. Riteniamo che il cd sia composto non solo
dalla musica ivi contenuta, ma dall'intero pacchetto, libretto
incluso. È per questo che abbiamo curato così bene la grafica.
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L'apporto
di idee è collettivo; ci sono brani studiati a tavolino (al Mac!)
e pronti per l'uso ed altri che nascono partendo da un giro di
note che frulla per la testa, magari unito ad un altro concepito
in un diverso momento e contesto. La notazione è poi sostanzialmente
prerogativa di Emanuele che provvede alla trasposizione su spartiti
dei brani. A volte i testi già esistenti vengono adattati alle
musiche più funzionali; altre volte, apposite musiche vengono
create per i testi; oppure accade di scrivere testi per musiche
già elaborate. I processi compositivi sono, quindi, plurimi. L'arrangiamento
è spesso la parte più problematica poiché la formazione dei Croma
cambia di frequente e, spesso, cambiando gli strumenti, intere
linee melodiche non risultano più eseguibili.
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Il
minimalismo si può definire "la poetica della rinuncia" e questo
ci appare molto chiaro quando dobbiamo autocensurarci e rinunciare,
appunto, a dei continui cambiamenti di rotta negli intrecci
compositivi, che risulterebbero tanto facili quanto inconcludenti,
sicuramente d'effetto, ma molto poco rigorosi. Insomma, tutto
sommato, è più facile confondere le idee con continui cambi,
come fanno tanti gruppi cross-over, piuttosto che lavorare con
gli stessi materiali poveri con l'obiettivo di massimizzare
il tutto. Il processo compositivo minimalista consiste nella
massimizzazione del materiale! Curioso, no?
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- L'impatto
melodico è forte. Che importanza date alla melodia?
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Effettivamente
la melodia ha un'importanza primaria nelle nostre composizioni.
È funzionale e difficilmente potremmo rinunciarvi. L'aspetto melodico
è ciò che più differenzia la musica dei Croma dal primo minimalismo
serialista e ciò che, forse, più la caratterizza come musica tipicamente
occidentale.
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- Il
brano Discromatopsia è tra quelli che preferisco, potete spiegare questo
incrocio tra patologie, "colori della malattia" e le parole di Esenin,
uno dei maggiori poeti del nostro tempo.
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Il
brano gioca molto su più piani. Oltre a quelli già ricordati:
alla funzione meta-musicale ed autoironica, all'universo di colori
disperso sia nelle nostre biografie che nella musica che produciamo,
quindi alla rinuncia minimalista al colore o meglio alle arlechinate,
oltre a tutto questo, altro non è che un'elencazione, prima, di
effetti collaterali drammatici di una medicina comunemente diffusa,
poi, di colori dai nomi, a volte assurdi ed affascinanti.
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Della
frase di Esenin ci ha colpito l'atmosfera un po' retrò che creava
con questo appello ai "giovani"; il riferimento alla sanità
e alla musica completa in modo eccellente un testo così concepito.
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- Ho
visto che spesso vi sono riferimenti alla matematica o alla fisica:
bisettrici, spazio, tempo, gradi centigradi, masse, atomi. Ciò deriva
forse dalla ripetizione matematica su cui si fonda la musica minimalista?
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Certamente:
musica minimalista, rigorosa, disciplinata, ripetitiva, seriale
quindi matematica, quindi scientifica. E poi la bellezza recondita
del trattato, la poesia del quotidiano scientifico, parole difficili
ed inquietanti che magari descrivono cose molto semplici e normali
come il processo d'innamoramento. Tutto questo ci affascina. Ci
affascinano le istruzioni, gli schemi, le ricette mediche, gli
elenchi, i manuali e le enciclopedie come tutto ciò che possa
condensare del sapere, sintetizzare una conoscenza.
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Significa
fare della poesia con quanto di più lontano ed, apparentemente,
estraneo ci possa essere! D'altra parte, in campo cinematografico,
ad esempio, i film di fantascienza sono quelli che meglio riescono
a sintetizzare certe istanze filosofiche. Si pensi ad un capolavoro
come Blade Runner, a quanto riesce a comunicare riguardo al senso
della vita.
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Parliamo un attimo dell'uso
della voce nei vostri brani. Da una parte una voce recitante, che esula
dalla forma canzone, dall'altra un soprano, il canto per eccellenza,
che vocalizza solamente o canta nell'unico brano che non è scritto da
voi.
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Anche
nell'uso delle voci vige il precetto minimalista. La sfida è fare
un disco senza testi cantati quanto sussurrati, raccontati, gridati.
Il soprano, soprattutto, viene usato come un "comune" strumento.
Sotto questo aspetto diventa particolarmente significativo il
brano Out of Control dove soprano ed oboe, suonando all'unisono,
quasi si fondono in un nuovo strumento.
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- A
proposito della cover di "pretty girl make graves" degli Smiths, da
voi sintetizzata in "p.g.m.g." come l'avete scelta, si prestava bene
al riarrangiamento (tra l'altro azzeccatissimo)?, era una tra le tante
o una scelta di cuore?
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Gli
Smiths sono tra i nostri gruppi preferiti, ma Pretty Girl Make
Graves è, senza dubbio, un brano minore del loro repertorio. Per
noi ha rappresentato una sorta di sfida: fare un pezzo migliore
dell'originale. L'operazione ha comportato anche la "minimalizzazione"
del brano e quindi la riduzione dei ritornelli ad un unico finale.
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L'arrangiamento
ha aumentato la difficoltà esecutiva creando un gioco ad incastri
alquanto cervellotico. Anche il soprano, essendo la linea vocale
sostanzialmente monotonale, trova questo come il brano più difficile
da cantare.
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- Le
uniche cose che non mi hanno convinto sono i due pezzi aggiunti alla
fine del disco. Forse per un suono di batteria datato o perché non mi
sembrano apportare "dell'altro" rispetto alle versioni originali. Voi
che ne pensate?
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Forse,
a distanza di tempo, effettivamente, il primo remix con la batteria
elettronica non è granché. Il remix di Cenotaphé a Newton, invece,
ci entusiasma. Troviamo esaltante la distorsione sugli archi ed
il basso: rende il brano pogabile! Nel remix Andrea Polato degli
Zoe ha suonato la batteria mischiandola con la drum machine.
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L'operazione
era nata dall'idea che la nostra musica potesse essere fruita
anche in una discoteca. Queste versioni, però, sono forse un po'
troppo violente o veloci per essere ballate!
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- Ho
visto vi siete cimentati anche in una colonna sonora.
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Si
tratta della colonna sonora del cortometraggio Il Silenzio delle
Bambine, della giovane e stimatissima regista Katia Assuntini
e del bravo Georg Zeller. Le composizioni per violoncello e pianoforte
sono di Emanuele.
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Non
sono esattamente minimaliste, ma le trovo molto belle soprattutto
per il particolare lavoro di dissonanze pianistiche che sono abbastanza
tipiche del modo di suonare di Emanuele.
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- State
facendo attività concertistica come Croma? Dove vi si può ascoltare?
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In
questo momento siamo un po' fermi. Siamo in otto e siamo sparsi
in tutta Italia, fino a Roma! Stiamo però programmando alcune
date in Austria, mentre in Italia è sempre un po' difficile fissare
delle date. L'Italia rimane un paese culturalmente arretrato.
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I
Nyman riempiva gli stadi in Spagna quando qui non lo si era mai
sentito nominare! D'altra parte, sarebbe triste sfoltire il gruppo
per esigenze di botteghino come fanno molti ensemble. Anzi, sarebbe
bello suonare con un quartetto d'archi completo nell'organico!
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- Bene,
per finire un po' di curiosità spicciola. Quali dischi stai ascoltando
attualmente?
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Da
tempo in bolletta, ho ricominciato a comprare dischi da pochi
mesi: ho acquistato Sehnsucht dei Rammstein e l'ultimo disco dei
Suicidal Tendencies di cui sono appassionato. Purtroppo nessuno
dei due dischi è poi così bello.
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Nel
lettore è quindi più facile che girino Mr. Bungle, Gorilla Biscuits
o le ultime produzioni hardcore della scena bolzanina: letteralmente
in fermento. Il demo-cd dei Trobar Clus di Massa-Carrara lo ascolto
a loop: fantastici! Poi ancora il White Album dei Beatles e Maximizing
the Audience e Jardin Clos di Mertens e, la solita, inimitabile,
Meredith Monk.
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Finiamo qui, grazie per
il tempo dedicatomi
di Massimiliano
Michetti, Desiderium 1999
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