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Sabato
3 ottobre 1998 ore 15°°
Sala IACC via Roen 6, Bolzano
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minimalista: |
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Seminario
sulla cultura minimalista attraverso ascolti e visioni.
Condotto dal musicista Emanuele
Zottino.
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Minimalismo
"Minimalismo, percorso
sonoro verso il de-monocromatico senso artistico. Stacco dal bianco
e nero per fiorire in miriadi di composizioni pantone. Limitazione
barocca eclettica. Sintassi numerica frattale, ipertestuale, connessa
a risvolti e lampi melodici, giochi, divertimenti rappresentativi
dell'anima su due note. Note di A different card, l'altalena di
Ariel, la cabala di Greenaway, un metrò suburbano. Un percorso
verso la scoperta del minimo, esponente al massimo."
Minimalismo
massimalista
Il minimalismo
si può definire "la poetica della rinuncia": rinunciare
a continui cambiamenti di rotta negli intrecci compositivi, spesso
tanto facili quanto inconcludenti, sicuramente d'effetto, ma molto
poco rigorosi; rinunciare a confondere le idee con continui cambi,
come fanno tanti gruppi cross-over, e lavorare, invece, con gli
stessi materiali poveri, con l'obiettivo di massimizzare il tutto.
Paradossalmente, quindi, il processo compositivo minimalista consiste
nella massimizzazione del materiale!
Il minimalismo esiste dagli anni '60, ma negli anni '90, in pieno
cross-over ed in pieno post-modernismo, acquista ancora più
senso in quanto realmente riesce a sintetizzare mondi musicali originariamente
molto distanti: la cosiddetta musica "classica" e la cosiddetta
musica "rock", con tutta l'ambiguità cui questi
termini ci costringono. Oltretutto, il minimalismo con la sua ideologia
squadrata, con la sua poetica chiara, con la sua forte disciplina,
si contrappone alla bolgia dell'indefinito, al marasma ideologico
ed al relativismo radicale che hanno caratterizzato gli anni '90,
rischiando di "contaminare" anche il nuovo decennio/secolo/millennio.
Se tutto, troppo, diventa relativo, allora tutto è lecito
e l'unica cosa che rimane è il mercato! Quindi, curiosamente,
il minimalismo da un lato, pur restando un fenomeno minoritario,
marginale, può assurgere a rappresentare lo spirito migliore
degli anni '90, (l'apertura mentale e la contaminazione culturale
derivante), ma, contemporaneamente dall'altro, può rappresentarne
il principale detrattore.
Andreas Perugini
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Note minimali
La definizione : si
deve al compositore inglese Michael Nyman che, in qualità
di critico musicale, intorno al '68, introdusse il termine
per identificare, in modo estremamente sintetico ed efficace
una forma musicale che andava sviluppandosi e diffondendosi
negli Stati Uniti caratterizzata, per così dire, da
una estrema riduzione delle trame sonore.
A tale termine è associato quello di musica "ripetitiva",
dato che lo sviluppo della composizione avviene per mutamenti
graduali, finanche impercettibili, con modalità "ripetitive".
La ripetitività rimanda infine alla pratica della meditazione
(meditative music), che connota parte, almeno, del minimalismo.
Gli autori : almeno quattro i padri riconosciuti negli Stati
Uniti :
- La Monte Young
- Terry Riley
- Steve Reich
- Philip Glass
L'opera di questi autori, iniziata
negli anni sessanta, si è diffusa assai rapidamente allargandosi
dalla stretta cerchia degli addetti ai lavori al vasto pubblico,
sia negli Usa che in Europa, con gli anni settanta e ottanta,
con molteplici collaborazioni con musicisti di varia estrazione.
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Terry Riley
con John Cale (del gruppo Velvet Underground)
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Steve Reich
con Pat Metheny
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Philip Glass
con Ravi Shankar.
La Monte Young e
Terry Riley, e solo in parte anche Philip Glass, rappresentano
gli ambiti più legati agli influssi culturali della musica
indiana e del misticismo orientale, e conseguentemente della fruizione
dell'esperienza musicale come affine alla meditazione.
In Europa : il lavoro sviluppatosi
negli Stati Uniti ha trovato una propria originale evoluzione
in Gran Bretagna con autori quali Michael Nyman, Gavin Bryars,
Michael Brook e Brian Eno, quest'ultimo più orientato decisamente
verso l'ambient music.
Il minimalismo europeo si è
diversificato da quello americano con la perdita della connotazione
mistico-spirituale ed il recupero della tradizione e della armonia
della scrittura musicale occidentale.
In Belgio spicca la figura
del compositore e musicista Wim Mertens che, nato con l'esperienza
Soft Verdict, è andato proseguendo con una sua personalissima
strada di minimalismo intimista e romantico.
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Riferimenti discografici
"minimali" |
- La Monte Young
Dream House (Shandar, 1973)
Well-Tuned Piano (Gramavision, 1978)
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- Terry Riley
In C (Columbia, 1970)
Church of Antrax (Columbia, 1971) con John Cale
A Rainbow in Curved Air (Columbia, 1971)
Persian Surgery Dervishes (Shanti, 1972)
Cadenza on the night plain (Gramavision, 1985) con il Kronos Quartet
Salome dances for peace (Nonesuch, 1989) con il Kronos Quartet
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- Steve Reich
Drumming (DG, 1974)
Music for 18 musicians (ECM, 1978)
Octet, Music for large ensemble, violin phase (ECM, 1980)
Desert Music (Nonesuch, 1985)
Different Trains (Nonesuch, 1989) con il Kronos Quartet e Pat
Metheny
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- Brian Eno
Music for airports (Editions EG, 1978)
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- Philip Glass
Einstein on the beach (Columbia, 1979)
Satyagraha (Columbia, 1981)
Dance pieces (Columbia, 1981)
Koyaanisqatsi (Antilles, 1983)
Solo piano (CBS, 1989)
Music in Twelve parts (Virgin, 1989)
Passages (Private, 1990) con Ravi Shankar
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- Michael Nyman
Decay music (Obscure, 1976)
The Draughtman's contract (DRG, 1984)
Kiss (Editions EG, 1985)
A Zed and two noughts (That's entertainment, 1985)
Drowning by numbers (Venture, 1988)
Prospero's books (Decca 1991)
The piano - Original music (Venture, 1993)
Live (Venture, 1994)
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- Gavin Bryars
Three viennese dancers (ECM, 1987)
After the requiem (ECM, 1991)
Jesus' blood never failed me yet (Point music, 1993)
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- Michael Brook
Hybrid (Editions EG, 1985)
Sleep with the fishes (4 AD, 1987) con Pieter Nooten)
Cobalt blue (4 AD, 1992)
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- Wim Mertens
Soft Verdict : Vergessen (Les disques du crepuscule, 1982)
Soft Verdict : Struggle for pleasure (Les disques du crepuscule,
1983)
Maximizing the audience (Les disques du crepuscule, 1985)
A man with no fortune and with a name to come (Les disques du
crepuscule, 1986)
The belly of an architect (Les disques du crepuscule, 1987)
Shot and echo (Les disques du crepuscule, 1993)
Epic than never was (Les disques du crepuscule, 1994)
Jardin clos (Les disques du crepuscule, 1996)
Interger valor (Les disques du crepuscule, 1998)
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Minimalismo
Sappiamo
quanto normalmente le parole riferite alla musica siano spesso inutili
e fuorvianti. L'organizzazione dei suoni (e la loro disorganizzazione)
è l'esercizio artistico meno codificabile e le definizioni,
i neologismi, i riti che accompagnano l'imposizione di un nome a
una presunta scuola creativa e quindi la nascita linguistica dei
generi, sono pratiche insopportabili. La storia della critica moderna
è cosparsa di clamorosi fiaschi da questo punto di vista:
nel momento in cui si cataloga artisti e opere, c'è sempre
qualcuno che esce dagli schemi testè approntati, e la divisione
in generi salta di fronte all'evolversi della creatività
e della ricerca. Queste considerazioni non salvano neanche la definizione
di minimal music, tanto che l'evoluzione degli stili e l'investigazione
estetica dei suoi artefici storici, hanno partorito evoluzioni e
contaminazioni successive.
Eppure nel caso del minimalismo, il valore etimologico e descrittivo
di questa parola (soprattutto nell'accezione inglese, minimal) mantiene
intatto un suo fascino e, diciamo, rende bene l'idea.
Il gruppo di musicisti americani che ha lavorato all'idea di stasi
in musica, a partire da La Monte Young, e poi con Terry Riley, Steve
Reich fino a Philip Glass (che ne è diventato l'autore più
conosciuto e più rilevante come longevità e capacità
produttive), ha orientato il proprio interesse proprio nella meticolosa
scomposizione delle scritture minime del suono. Il procedimento
applicato è quello delle microvariazioni e sovrapposizioni
progressive con strutture spesso matematiche che assumono contemporaneamente
una valenza ritmica e melodica. In questo modo la conformazione
della ripetività penetra fino alle fibre impercettibili del
suono, in apparente contrapposizione a ciò, si moltiplicano
fino al parossismo le combinazioni timbriche.
Ogni suono ha ritmi e respiri autonomi e trasmette all'ipotesi strutturale
un turbinoso senso di vita: micromusica, linguaggio molecolare che
esprime in ogni particella un'economia propria, trasformatrice e
statica allo stesso tempo. Niente di meglio è chiamare tutto
questo: minimalismo. Di conseguenza ci piace pensare al minimalismo
non come a una corrente (oppure come tale è finita proprio
con Philip Glass), né come a un vero e proprio movimento
artistico. Semmai preferiamo considerarlo una tecnica compositiva,
applicabile fra l'altro a tanti altri maestri della stasi e del
silenzio.
Negli anni Sessanta l'espressione minimal art era stata usata anche
nell'ambito delle arti figurative, e soprattutto nella scultura.
Il filosofo tedesco Richard Wollhein aveva usato questo termine
proprio per spingere a rivedere l'arte come riduzione al minimo
nel decorativismo, preferendo l'impiego di moduli elementari e di
strutture geometriche.
Fu poi Michael Nyman, nel suo celebre libro Experimental Music,
Cage And Beyond, pubblicato in Inghilterra nel 1974 ad applicare
per la prima volta questo termine alla musica.
Ma l'indagine verso l'essenza del suono ha origine dall'uso della
scala cromatica e cioè la possibilità di muoveresi
con autonomia sui gradi della medesima. Questo già lo faceva
Mozart (forse il Quartetto n. 19, quello che sarebbe passato alla
storia con la catalogazione K 465 e il soprannome Le Dissonanze,
pubblicato nel 1785, insegnerebbe ancora molto ai conformisti non
pentiti di oggi), ma anche Beethoven (l'ultimo Beethoven), e soprattutto
Debussy (ascoltare Prélude à l'Après-midi d'un
Faune del 1894). L'uso del cromatismo in seguito si è intensificato
tanto da determinare il superamento del concetto stesso di tonalità.
La base del nuovo sistema musicale divenne la scala cromatica in
tutte le sue possibilità equiparate, annullando così
ogni differenza fra nota non alterata e nota alterata. In questa
dilatazione del concetto di tonalità, il cromatismo perse
la sua funzione. Con i minimalisti si arriva poi ad un'idea di neo-tonalità,
con modi ispirati spesso a culture musicali non occidentali.
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Glass, come Reich, fu allievo di Darius Milhaud e da questi forse
mutuò un'embrionale attrazione verso le culture extraeuropee,
le sovrapposizioni politonali e una leggera vena melodica.
E i loro studi si collegarono inizialmente e in maniera non ortodossa
con la tradizione colta europea, quella francese, in qualche modo
alternativa a Wagner. Milhaud infatti aveva lavorato all'ambasciata
francese in Brasile e aveva conosciuto l'etnia musicale di quel
paese. Era tornato a Parigi e aveva frequentato Satie. Da queste
esperienze (e dal suo soggiorno negli Stati Uniti) aveva ereditato
le influenze più disparate, dai ritmi sudamericani, al jazz,
alla politonalità, e la sua opera si era distinta per i ritmi
particolarmente complessi e per le spericolate sovrapposizioni di
suoni.
I fermenti e gli ideali estetici dei minimalisti americani si affermarono
anche nell'ambito della musica colta allontanandosi proprio dalla
dodecafonia, rifiutando cioè le alchimie del Novecento europeo
e introducendo elementi di culture musicali lontane: nuovi valori
e differenti ruoli vengono attribuiti alla melodia e alla ritmicità,
e il "totale continuo" riconquista una produzione di musica
non più come espressione e condizionamento storicistico,
ma suono come essenza. Possiamo trovare molti legami dal rifiuto
dei dogmi atonali "occidentali" da parte di autori come
John Cage e Karlheinz Stockhausen e l'idea di scomposizione del
suono in La Monte Young, in Glass e negli altri minimalisti.
Il fascino della cultura musicale indiana diventa così un
metodo di analisi e gli equilibri fra la materia sonora e il vuoto
tentano di trovare qual'è "il suono della musica che
ascolta se stessa". (Ci verrà concesso, durante questa
vita, di ascoltare The Lower Map Of The Eleven's Division In The
Romantic Symmetry (Over A 60 Cycle Base) In Prime Time From 112
to 114 with 119, un brano di La Monte Young della durata di tre
ore per 23 musicisti, un lungo om per una inusuale orchestra da
camera?).
La
stessa esperienza con la trascrizione in segni occidentali dei suoni
di Ravi Shankar che Glass condusse a Parigi negli anni Settanta,
è stata determinante per la sua successiva opera di compositore.
Si può affermare che il minimalismo è stato il primo
scopritore di una possibile world music, in anticipo nei confronti
delle nuove correnti e in contrapposizione non banale con esse.
La scoperta di altre radici per la propria capacità compositiva
ha evidenziato l'esistenza addirittura dei quarti di tono nelle
culture arabe, indiane e africane. L'uso di frazioni di tono su
strumenti per niente temperati portano in queste culture musicali
a una sorta di primitivo minimalismo naturale, molto diverso da
quello occidentale, ma non per questo incapace di offrire basi teoriche
e operative seducenti.
Lo stesso Glass usa correntemente un massimo di cinque-sei suoni
(fino ad arrivare a una riduzione estrema di due), organizzati con
sistemi consequenziali e a blocchi: senza incisi e punti di appoggio
melodici, ma con un diffuso senso tematico, attraverso proprio la
sovrapposizione di temi e ritmi nella ricerca di una sorta di pieno
continuo (esercizio in cui il ritmo diventa esso stesso tessuto
melodico, alla maniera appunto delle musiche estra-occidentali).
Come chiamare tutto ciò, se non minimalismo?
Giampiero Bigazzi
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