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Michèle
Bazzanella
E' stata la passione per le mie origini, per la mia terra e il ricco
ventaglio di tradizioni che la caratterizzano e la distinguono, ad alimentare
in me il desiderio di approfondirne gli aspetti più arcani, ormai
relegati in un luogo senza tempo in cui mai il nostro ricordo avrà
la possibilità di recarsi, se non attraverso le fiabe e le leggende.
Antiche storie di cui si sarebbe perduta ogni identità, data la
loro natura orale, se il paziente lavoro di molti studiosi o semplici
appassionati non avesse contribuito a salvarle. Tra questi Karl Felix
Wolff che, armato soltanto di grandi speranze e una salda volontà,
si recò fra le valli dell'area dolomitica e si fece narrare dai
vecchi quanto essi ricordavano delle antiche contìe, storie fantastiche
divenute nell'immaginario collettivo realtà storiche, e verità
storiche tramandate sotto forma di leggenda; difficile a questo punto
capire dove si trovi il sottile confine tra realtà ed immaginazione,
ammesso che un confine esista davvero.
E' questo il tesoro più prezioso che i monti rètici possiedono,
le innumerevoli leggende, le incredibili saghe che trassero vita dalle
montagne, dalle taglienti guglie delle Dolomiti, così magicamente
sospese tra terra ed infinito. Prima fra tutte la saga di "Laurin",
una canzone medioevale risalente alla seconda metà del XIII secolo,
i cui manoscritti più noti, denominati "Laurin A" e "Laurin
D", furono pubblicati per la prima volta da Georg Holz nel 1897.
Mancando una versione ufficiale del "Laurin", Wolff decise di
ricostruire da solo la storia e, basandosi sulla tradizione orale, così
come sui manoscritti, ricondusse a nuova vita una leggenda ormai quasi
del tutto dimenticata che, sebbene sia assoggettata a parecchie interpretazioni
personali dello scrittore, il quale cercò comunque di essere il
meno possibile arbitrario, appare ai nostri occhi in tutto il suo splendore,
avvincente e surreale nel contempo, capace di trasportarci lontani nel
tempo e di sollevare in noi parecchi dubbi sulla reale esistenza di quanto
in essa viene narrato.
Nel tentativo di trovare delle possibili risposte a questi enigmi ho intrapreso
un lavoro di analisi antropologica della leggenda di "Laurin"
nella versione ricostruita da Wolff e da lui intitolata "Koenig Laurin
und sein Rosengarten", a cui ho affiancato un'esperienza artistica
che mi permettesse di arricchire ulteriormente una saga ai miei occhi
già splendida; esigenza soddisfatta dalla realizzazione di quattordici
illustrazioni calcografiche, una per ogni capitolo della leggenda, le
quali non pretendono di imporsi come delle fedeli o verosimili rappresentazioni
di alcuni punti focali della narrazione, quanto, piuttosto, come espressione
delle sensazioni che questa storia arcana e avvincente è riuscita
ad imprimere nella mia memoria. Una fusione tra reale ed inverosimile,
segni e forme riconoscibili incastonati in luoghi sconosciuti, scanditi
da tempi che non possono essere misurati, non secondo i nostri parametri.
Le incisioni qui esposte fanno parte di questo lavoro. Le tecniche di
cui mi sono avvalsa sono varie anche se la più utilizzata e quella
dell'acquatinta: un processo difficile da spiegare a parole, che permette
di ottenere delle sfumature morbide e vellutate, superfici corpose che
nel contempo si fanno eteree, così come lo sono i sogni, così
come ci appaiono le fiabe e le leggende. Naturalmente ho abbinato questa
tecnica ad altri processi incisori legati al segno, al gesto nella sua
forma più squisitamente grafica, come ad esempio l'acquaforte e
la puntasecca, tecniche nelle quali si va ad incidere direttamente la
superficie di una lastra metallica. Un aspetto del mio lavoro che potrebbe
sollevare qualche perplessità è l'assoluta assenza del colore;
non si tratta dell'impossibilità di utilizzarlo, in quanto l'incisione
lascia spazio anche a questa eventualità, quanto piuttosto di una
scelta. Personalmente credo che la vera identità di questa tecnica
risieda nella sua semplicità ed immediatezza, caratteristiche che
la monocromia non può che esaltare. Così come è in
grado di stimolare la nostra fantasia, la nostra capacità di immaginare
quei colori che solo in apparenza non vediamo, ma che nella nostra mente
abbiamo impressi in modo spesso diverso gli uni dagli altri. Il mio lavoro
si propone di far rivivere un'antica tradizione troppo spesso dimenticata,
in una nuova veste che spero possa conferirle un po' di quell'importanza
che per secoli ha posseduto e che purtroppo l'era moderna ha accantonato
in uno stato di polveroso oblio, perché questa leggenda così
straordinaria non merita certo questo atteggiamento di scarso interesse,
soprattutto da parte di quegli stessi popoli che abitano le terre in cui
è nata, popoli di cui è madre e di cui ci parla continuamente.
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